La macchina del tempo che abbiamo nello zaino.

È del 13 luglio 2026 la notizia di un rullino fotografico (ritrovato dal geologo Lorenzo Rossetti e scattato dall’alpinista Tiziano Cantalamessa) rimasto sepolto per quarant’anni tra le rocce di una gola, che è stato infine recuperato, sviluppato e restaurato. Immagini del 1986, volti di giovani alpinisti sospesi nel tempo, sono tornati alla luce.

Questo ritrovamento mi ha fatto riflettere su come la fotografia assomigli, in tutto e per tutto, a una macchina del tempo.

Pensiamo alla meccanica, alla fisica e alla chimica di uno scatto. La realtà si muove, scorre continuamente (un concetto che ci riporta dritti al “panta rei” dei filosofi greci). Poi, per una frazione di secondo, l’otturatore si apre e la luce colpisce un sensore o una pellicola.

Un attimo prima in quel momento non c’era ancora storia; un attimo dopo, quel momento è già svanito per sempre. La fotografia è testimone di ciò che esiste per un solo istante e che, subito dopo, non esiste più. E che non esisteva nemmeno un attimo prima.

Pensare che senza quello scatto quel frammento di vita si sarebbe dissolto nel nulla, inghiottito dall’oblio, e nessuno ne avrebbe mai saputo nulla, dà quasi una vertigine. Invece, con un semplice clic, quel momento viene – teoricamente – consegnato all’eternità. E proprio come con una macchina del tempo, può essere visitato e rivissuto nel futuro.

Fotografare non è semplicemente “realizzare un’immagine”. È un atto di ribellione contro il tempo che scorre. È come dire all’evanescente presente: “Ti ho visto, ti catturo, non ti lascerò andare”. Custodire una vecchia foto – o ritrovare un rullino dimenticato in mezzo alla natura – significa di fatto poter viaggiare all’indietro nel tempo. Significa ritrovare sguardi che non ci sono più, sorrisi leggeri e pomeriggi che credevamo perduti. O ancora, le emozioni vissute davanti a un paesaggio, i vicoli di una città, gli sguardi di sconosciuti che per un attimo hanno incrociato il nostro.

Perdonate il “pippone” (che serve come promemoria innanzitutto a me stesso), ma spesso io per primo dimentico che scattare una foto, anche la più banale con lo smartphone, significa salvare un pezzetto di vita dal cestino dei rifiuti del tempo. La fotografia costruisce oggi quella che sarà la memoria di domani. Chi verrà dopo di noi, probabilmente, conoscerà il nostro mondo, il nostro stile di vita, la nostra architettura e la nostra arte proprio attraverso la fotografia (e i video).

Su temi simili, consiglio una lettura impegnativa, ma fondamentale: “La camera chiara” di Roland Barthes.

© Angelo Fragliasso

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