Gli influencer senza pubblico, il Monopoly, il cangatto e Svetonio.
Esiste una categoria umana che negli ultimi anni si è moltiplicata con una velocità impressionante: gli influencer senza pubblico.
Sono persone che hanno adottato ogni gesto, ogni espressione e ogni rituale degli influencer, dimenticando però un dettaglio fondamentale: tutto si può dire degli influencer, ma almeno loro un pubblico ce l’hanno. Mentre costoro sono emuli di emuli, perché anche gli “influencer veri”, spesso scimmiottano chi ha successo per davvero. Nel mondo reale.
Li riconosci subito. Camminano come se qualcuno li stesse riprendendo o con lo stesso piglio di un reporter di guerra anche se passano la serata alla sagra della salamella agrodolce di Frottole sul Minchio. Entrano in un ristorante e il piatto non è più un pasto, ma un set fotografico. Arrivano a un evento e, prima ancora di salutare gli amici (cioè i follower), hanno già individuato il punto migliore per il loro sacrificio rituale sotto forma di storia al dio-Instagram. Un viaggio non è un viaggio: è un piano editoriale. Una passeggiata diventa un contenuto e così via.
Ma il piatto forte è la cronaca completa della loro esistenza. La colazione. L’aperitivo. Il compleanno del nipote. Il nuovo taglio di capelli. Il raffreddore. La palestra. La macchina lavata. Il caffè. Il cane. Il gatto. Il cangatto. L’ascensore. Il parcheggio trovato dopo dieci minuti di ricerca, gli immancabili consigli non richiesti. Tutto con la faccia di chi sa vivere, sa mangiare, sa tenersi in forma, sa divertirsi e sa pure stocazzo, ovviamente. Vita, morte e miracoli raccontati con la convinzione che esista una folla in oltremodo trepidante attesa. Che al confronto la Vita dei Cesari di Svetonio sembra interessante come il libro delle vacanze di Simone.
Perché il punto non è più condividere qualcosa. Il punto è sentirsi protagonisti di una narrazione permanente. Ogni esperienza sembra acquistare valore solo nel momento in cui può essere pubblicata. Se non finisce in una storia, è come non fosse mai accaduta. Un po’ come diventare ricchi al Monopoly e poi non avere i soldi per la pizza.
Il risultato è un’esistenza recitata. Si vive con un occhio rivolto alla realtà e l’altro alle statistiche di TikTok. Si assiste ai concerti attraverso lo schermo del telefono. Si osservano i figli crescere attraverso la fotocamera. Si visitano città senza guardarle davvero, cercando soltanto lo sfondo perfetto per dimostrare di esserci stati.
È una forma di solitudine curiosa o magari una patologia psichiatrica: parlare continuamente a un pubblico immaginario, convincendosi che qualcuno stia aspettando il prossimo episodio della nostra vita come si aspetta la prossima puntata di una serie di cui hanno già spoilerato che è banale.
Mi ricordano certi ballerini di latino-americano che contano ossessivamente i passi. Uno, due, tre… quattro, cinque, sei… Così concentrati a non sbagliare la figura da dimenticare la musica. Dimenticare il partner. Dimenticare che lo scopo non era eseguire una sequenza perfetta, ma ballare.
Ecco, gli influencer senza pubblico fanno la stessa cosa. Contano mentalmente i like ancora prima di vivere il momento. E, mentre immaginano gli applausi di una platea che non c’è, si perdono l’unica cosa reale che avevano davanti: la vita.
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P.s.: ora scusatemi ma devo andare a firmare gli autografi al mio di pubblico immaginario. E per altre profonde considerazioni agostane continuate a seguirmi. E il cangatto non esiste.



