Referendum, ISEE e i Pupi

La campagna elettoralə sudamericana, l’Università della Vita, Falcone, l’ISEE, LVI e i pupi siciliani

Pippone guazzabuglio del sabato mattina per lettori coraggiosi.

È finita una campagna elettorale pessima, che ho definito più volte di stampo sudamericano. Tranne i morti per strada, non è mancato nulla: insulti, bugie, calunnie, diffamazioni. Dalla massoneria alla mafia, dai servizi deviati al sempreverde pericolo fascista, dalla democrazia “in pericolo” ai nonni tirati in ballo per una opinione espressa 60 anni fa, fino alle false interviste a simboli come Falcone, ai rapper che intervistano i premier, ai leader che, nell’ultimo decisivo appello, sbagliano clamorosamente l’indicazione di voto.

Ancora una volta rifletto su quelli che sostengono che non ci meritiamo una classe dirigente così. Io invece penso l’esatto contrario: la classe dirigente è lo specchio fedele del Paese. Un Paese affetto da “relativismo ideologico”, senza condivisione di valori fondanti, senza rispetto per le proprie radici e tradizioni. Malato di antipolitica, ma ben contento di intascare bonus di ogni tipo, erogati a piene mani da quella stessa politica che preferisce evidentemente fondare la Repubblica sull’ISEE anziché sul lavoro.

Atlantisti a fasi alterne, come un neon rotto che non si decide a fulminarsi definitivamente; europeisti senza spirito critico o, all’opposto, ottusi anti-europeisti: a volte duri, per niente puri, ma sempre pronti a salire su voli pagati in finta business class (…) per Bruxelles.

Un Paese mai davvero pacificato, dove è in corso una guerra civile silente, combattuta per fortuna sui social o, al massimo, con uno spritz in mano, oppure in TV, magari davanti a un giornalista ben schierato che pone domande altrettanto ben concordate. E sullo sfondo, qualche coreografico centro sociale che si scontra con la polizia, pronta a manganellare in perfetto stile teatrino dei pupi.

Conservatori che non sanno cosa significhi esserlo, progressisti che, invece di guardare al sol dell’avvenire, sembrano incastrati in un eterno passato fatto di slogan e battaglie sessantottine in clamoroso ritardo sulla storia.

Anti-israeliani, anti-palestinesi, anti-americani, anti-iraniani, anti-italiani: anti-tutto, ma rigorosamente senza aver letto un libro di storia — o almeno il sussidiario di terza elementare — per costruirsi un’idea propria, senza doversi spalmare su quella dell’influencer del giorno.

Gente che non conosce la differenza tra “lo” e “l’ho”, che usa l’apostrofo come nelle estrazioni del lotto, la ə per essere inclusiva o, al contrario, non disdegnerebbe di scrivere LVI per essere escludente, e che senza alcuna vergogna si sente in dovere di convincermi di qualsiasi cosa. Si avventura tra citazioni improbabili, coniuga coraggiosi congiuntivi o codardi condizionali e dispensa opinioni su tutto: riforme costituzionali, efficacia dei vaccini, complessi casi giudiziari, regole del curling e persino i retroscena dello sbarco sulla Luna.

Gli stessi che, nello stato di Facebook, mostrano con orgoglio la laurea all’Università della Vita: un luogo dove chi dovrebbe mettersi umilmente a imparare ha già acquisito il diritto di insegnare a chi, invece, sa più di lui. E chi sa deve vergognarsi di sapere per non offendere l’ottuso di turno.