Ode ai cazzari

I cazzari, cioè quelli che raccontano cazzate in maniera verosimile (e quasi professionale), sono da annoverare tra coloro che rovinano l’umanità. Sono ladri di buona fede, raccontano frottole con disinvoltura per compiacere chi li ascolta e per ammantarsi di conoscenze che non hanno o che, peggio, hanno solo superficialmente facendo così danni enormi. Come sicari, ammazzano la realtà; come illusionisti fanno sparire velocemente le parole dette e palesemente false, distraendoti ad arte con un ampio sorriso. Sono rapinatori di tempo: se ne perde per ascoltarli e se ne perde altro per capire che ne hanno sparata un’altra. Sono prime donne, non tollerano la presenza di altri cazzari in scena, anche perché due cazzate nello stesso luogo/tempo genererebbero un buco nero, tipo scontro tra materia e antimateria. Essi, i cazzari, sono poeti, hanno il gusto per l’iperbole, la metafora e la fine retorica: uno diventa cento, cento diventa un milione e al momento giusto tirano fuori una citazione latina spacciandola per inglese, con il resto di due in fila per quattro.
Ora, tutti noi conosciamo almeno un cazzaro e, istintivamente, vorremmo ammazzarlo a mani nude. Un sano cinismo, però, ci deve imporre di non farlo, molto meglio farlo rosolare nella eterna paura di una pubblica e irreversibile figura di merda; da funambolo della bugia quale è, meglio tenerlo sulla corda del “lo-so-che-sei-un-cazzaro-e-ti-lascio-parlare” e al momento giusto farlo cadere, avendo cura di levare la rete.