Lo spirito olimpico (di stocazzo), l’autobus e il bambino Riccardo.
Tra poco cominceranno le Olimpiadi.
E si svolgeranno in un mondo in fiamme, in cui di tregue olimpiche non si parla neanche più: una dimostrazione lampante di quanto siamo regrediti. Nell’antichità, durante le Olimpiadi, gli esseri umani avevano la creanza di fermare i conflitti. E mi piace immaginare che quei giochi diventassero anche occasione di trattative, di accordi commerciali, di incontri tra culture diverse, di tentativi – magari ingenui, ma reali – di mettere fine a lotte e guerre.
Non riesco però a non collegare questa riflessione a quanto accaduto al bambino Riccardo in Trentino, lasciato a piedi sotto la neve da un autista di autobus evidentemente ottuso. Un gesto folle, di un adulto oltremodo irresponsabile.
Il collegamento, però, riguarda anche il costo di quel biglietto: schizzato, in nome delle Olimpiadi, da 2,50 euro a 10,00 euro. Dieci euro per sei chilometri di strada. È impossibile non notarlo. Il diritto allo studio, che dista 6km, in occasione dei giochi olimpici (giochi) costa quattro volte tanto, evviva.
Così un bambino di undici anni, sempre in nome delle Olimpiadi invernali, ha dovuto compiere la sua personale marcia di sei chilometri sotto la neve. Ne deduco amaramente che forse era un modo per farlo entrare nello spirito della manifestazione. Per allenarlo come fanno i veri atleti. Per fargli capire che vivere costa e che se non hai dieci euro vai a piedi e si fottessero le Olimpiadi: solo a Natale bisogna essere più buoni, diamine.
Dalle tregue olimpiche dell’antica Grecia siamo quindi passati alle Olimpiadi che tartassano i cittadini, che costringono le famiglie a pagare il trasporto scolastico dieci euro invece di due e cinquanta, e che consegnano un ragazzino alle decisioni “olimpiche” di uno zelante conducente, il quale ha stabilito che Riccardo non potesse salire sull’autobus perché non sufficientemente abbiente. O perché lo aveva scambiato per un pericoloso scroccone.
Il tutto nella olimpica indifferenza degli altri passeggeri e nell’olimpica serenità di una madre che, dopo novanta minuti di ritardo di un bambino di undici anni, con meno tre gradi e una nevicata in corso, si è limitata ad attendere sull’uscio di casa.
In tutta questa storia chi vince è quell’ometto di 11 anni, che ricordandosi la strada fatta in bici durante l’estate, senza telefono, ha indossato il suo zaino ed è tornato a casa. Onore a Riccardo.



