Il sandalo tigrato, Montezuma, il sapone all’olio d’oliva e il rutto incluso
Girando e osservando il mondo, non posso fare a meno di soffermarmi su alcune categorie che, indipendentemente dal luogo in cui ti trovi, si palesano puntualmente. L’estate, poi, diventa un meraviglioso palcoscenico in cui determinati comportamenti si esaltano. Resterebbero uguali a se stessi anche se arrivassero gli alieni cattivi, con gli occhioni e i raggi fotonici a sterminarci: statuine grossolane di un presepe laico, attori eterni del mio teatrino mentale.
La femme fatale che resta umile è sempre truccatissima e sente il dovere di idratarsi sia in una grotta a 200 metri sotto terra, sia a 2000 metri sul livello del mare. Pronta a tirare fuori la sua borraccia fashion con la tisana drenante, diuretica, detox e anche un po’ destocax, dev’essere costante nell’assunzione. Vuoi che i pori non respirino? Che la pelle non sia liscia? Che le gambe non siano toniche e che il cortisolo non venga espulso correttamente, altrimenti ti viene lo stress che poi muori. Ha lo sguardo della tigre irresistibile, ma alla fine se la filano solo alla bocciofila, tanto è artificiale.
A ruota segue il truzzo, palestrato e abbronzato perfettamente già da marzo. Deve indossare la canottiera bianca sempre, come una specie di maledizione di Montezuma. Altrimenti i muscoli — allevati a proteine in polvere, pesi, migliaia di uova mangiate a colazione e discutibili integratori venduti sottobanco in palestra — non si vedono. Con quaranta gradi all’ombra è felice, perché sudando il muscolo acquista lucentezza, tridimensionalità e definizione. Il problema sorge quando con la stessa canottiera (che non può levare, altrimenti Montezuma gli fa venire la dissenteria) deve andare in malga, o quando una sera il tempo rinfresca un po’. Lui dissimula, perché appartiene alla categoria di chi non deve chiedere mai, ma anche perché, a furia di tenere la postura da palestrato, “è rimasto offeso” (cit.).
Poi c’è quella con il sandalo di gomma tigrato comprato da Abdul sulla spiaggia di Riccione: comodo, sexy all’amatriciana e lavabile. È fatto di una gomma così scadente che, quando viene trascinato sull’asfalto, fa scintille che neanche Schumacher alla Prima Variante di Monza. Poi lo ritrovi abbandonato lungo una pietraia sulle Dolomiti e, se ci appoggi l’orecchio, senti ancora il venditore di coccobello di Riccione e le bestemmie di chi ci ha rimesso una caviglia — senza però raccontarlo a nessuno per la vergogna.
Immancabile il/la lezioso/a. Hanno un guardaroba sterminato e si vestono sempre in maniera impeccabilmente adeguata al luogo. Sono super boy-scout modaioli che non temono il buono o il cattivo tempo. Nella loro borsa c’è tutto, compreso l’abito tipico di Vattelapesca di Fassa per partecipare con stile alla festa locale o per cimentarsi nella produzione del sapone all’olio d’oliva (che se lo usi davvero, poi puzzi di cotoletta per una settimana). Hanno il completino da pic-nic, quello per l’happy hour, le scarpe da colazione e il cappello giusto per l’incoronazione di William — metti che Re Carlo tiri le cuoia all’improvviso. Si muovono come se fossero in una costante diretta TV, rivolgendosi a un pubblico che credono di avere e che si interessa a loro come io mi interesso allo shampoo.
Infine (ma anche no) c’è il genitore 3.0, che non può fare a meno di educare il pargolo in qualsiasi circostanza. Persino durante una via ferrata trova il modo di spiegare al futuro Einstein come calcolare la portata della corda a cui sono appesi. Alla festa di compleanno organizzano “giochi educativi”, mentre durante una passeggiata di gruppo blocca tutti perché deve nutrire il futuro Pico della Mirandola con una merenda sana, gustosa, equilibrata, da masticare lentamente per stimolare la mente e il microbioma, possibilmente servita in una comoda scodella di bambù. Assolutamente mai una merendina, mai un panino con la mortadella, mai una cazzo di Coca-Cola con un bel rutto incluso.
Ah, buon Ferragosto amici. O meglio, buona festa dell’Assunzione.



