11 settembre, un quarto di secolo…

11 settembre, un quarto di secolo dopo
L’obbligo della memoria per tutelare il nostro mondo.

Sono passati venticinque anni. Un quarto di secolo. Abbastanza perché una generazione intera sia cresciuta, diventata adulta, senza avere alcun ricordo personale di quel pomeriggio (mattina a New York) in cui il mondo si è fermato davanti alla televisione per assistere live non solo al più grave attentato mai realizzato, quanto all’inizio di nuova e peggiore era nella quale ancora viviamo. E tutti percepimmo subito che nulla sarebbe stato come prima.

Per me, per la mia generazione, l’11 settembre non è una data sui libri di storia. È un ricordo vivo: dove eravamo, cosa stavamo facendo, la sensazione fisica che qualcosa si stesse rompendo mentre guardavamo le immagini in diretta. Le torri che crollavano erano un edificio pieno di persone, in un pomeriggio come tanti altri, trasformato in tragedia sotto i nostri occhi. Ma erano anche il simbolo si a astratto che reale che il mondo, per come lo conoscevamo, stava svanendo.

Quel giorno ha segnato uno spartiacque. C’è un mondo prima dell’11 settembre 2001 e un mondo dopo. Il modo in cui viaggiamo, il modo in cui percepiamo la sicurezza, gli equilibri geopolitici che si sono ridisegnati nei vent’anni successivi, persino il linguaggio con cui parliamo di terrorismo, guerra, pace: tutto porta l’impronta di quella mattina. Il mondo che abitiamo oggi, con le sue tensioni, le sue guerre, le sue paure, è in gran parte figlio di quell’evento. E di cosa doveva essere quell’evento: una dichiarazione di guerra di una civiltà contro un’altra.

Per questo mi colpisce — e un po’ mi inquieta — pensare che oggi esistono già adulti fatti e finiti per cui l’11 settembre è storia lontana quanto la caduta del Muro di Berlino o la guerra del Vietnam: qualcosa che si studia, non qualcosa che si è vissuto. È un passaggio naturale, il tempo scorre per tutti. Ma è anche un passaggio delicato, perché senza il peso dell’esperienza diretta la memoria diventa più fragile, più facile da riscrivere, da relativizzare, da piegare a narrazioni diverse da quella che è realmente accaduta come sembra accadere proprio in questi ultimi anni. Ricordare, allora, non è solo un gesto di commemorazione. È un obbligo morale. È un atto necessario di responsabilità verso chi verrà dopo di noi: raccontare non un’ideologia, ma dei fatti — e delle persone, migliaia di persone innocenti, che quel giorno hanno perso la vita in nome di una guerra di civiltà per la quale, dei terroristi in nome di un dio sanguinario, di una religione che reputa infedeli tutti quelli che la pensano diversamente, hanno preso la vita di tremila inermi. Bisogna ricordare che prima c’era un altro mondo ed era decisamente migliore di questo. Un mondo – quello occidentale – che oggi prova vergogna per i propri valori, per le proprie radici, per le proprie libertà conquistate a caro prezzo e che rischia di abdicare e darla vinta a chi, 25 anni fa, decise che il modo migliore per cambiare le cose era schiantarsi con due aerei nelle Torri Gemelle