In ricordo di Domenico

In ricordo del piccolo Domenico, 2 anni.

Qualche settimana fa, rifacendo la carta di identità mi hanno chiesto il consenso alla donazione degli organi. Una anonima impiegata ha messo un flag su una schermata, come qualsiasi altra mansione a cui è chiamata. Ciò mi ha dato da riflettere e sono arrivato, di nuovo, alla conclusione che un trapianto è il gesto più alto di fiducia tra esseri umani. E che meriterebbe un dibattito serio. Non l’impiegata dell’anagrafe che lo chiede come se ti chiedesse se preferisci il caffè o il tè.

Un trapianto è una famiglia che, nel momento più devastante della propria esistenza, trova la forza di compiere un atto immenso: donare. Donare mentre il dolore è ancora vivo, mentre la perdita è insopportabile, mentre il tempo sembra essersi fermato. È un sì enorme, pronunciato tra le lacrime, ma carico di umanità.

Dall’altra parte c’è un’altra famiglia che aspetta. Che vive sospesa. Che affida ogni speranza, ogni attimo, ogni futuro possibile a una squadra di professionisti, a un sistema che deve essere impeccabile. Perché, è logico, quando si parla di trapianti non esistono margini per la superficialità. Non esistono seconde possibilità facili. O è buona la prima o si muore.

Un trapianto allora non è solo un atto medico. È un patto morale. È fiducia concreta e totale consegnata nelle mani di altri che hanno l’obbligo di trattarla come fosse la loro stessa vita.

Quando qualcosa si spezza in questa catena — quando un errore, una negligenza, una leggerezza incrinano quel patto — non siamo davanti soltanto a un problema tecnico. Siamo davanti a una frattura etica. A una responsabilità che va oltre le procedure e i protocolli che stavolta spero non siano una scappatoia.

E questo perché la speranza non è un materiale da maneggiare distrattamente. È il delicato riflesso che si forma su un lago e che può essere spazzato via da un alito di vento. Perché in mano hai un cuore di un bambino deceduto che donerà la vita ad un altro bambino. Perché in quell’organo c’è tutta l’evoluzione dell’umanità, della sua intelligenza, della sua capacità di andare oltre i limiti.

Ho sperato e pregato – non trovando parole neanche per parlarne con me stesso – fino all’ultimo per il piccolo Domenico, nonostante razionalmente sapevo fosse condannato. Ora mi coglie lo sgomento al pensiero di quei genitori, di come faranno ad affrontare un dolore simile, di come faranno a trovare un senso a quello che è accaduto.