Le martellate alla libertà e i rivoluzionari con l’assegno di inclusione.
Apprendo dagli ultimi fatti che, per qualcuno, circondare un poliziotto di 29 anni, sposato e con un figlio, e prenderlo a calci e martellate fino a mandarlo in ospedale significherebbe manifestare per la libertà (!) e contro il governo f@sc1sta — un governo che, paradossalmente, sarebbe così f@sc1sta da consentire persino manifestazioni di questo tipo.
Gli aggressori, immersi nella loro bolla ideologica, nutriti a slogan scritti in endecasillabi da qualche intellettuale pronto a giustificarli, sessantottini fuori tempo massimo, rivoluzionari con in tasca i sussidi dello stesso Stato che contestano, “compagni che sbagliano” come sostiene ancora qualche politico, non riescono a comprendere una cosa molto semplice: quei poliziotti sono in strada proprio per garantire a chi protesta il diritto di farlo.
In una società complessa come la nostra, le forze dell’ordine sono parte necessaria del funzionamento dello Stato, che ha il compito di assicurare sicurezza e legalità a tutti. Che, per quanto si possa ragionare, rientrano tra i bisogni primari di qualsiasi società civile.
Attaccare un poliziotto significa colpire l’intera comunità che si riconosce negli stessi valori e soprattutto nella stessa legge. Aggredirlo in gruppo, circondarlo e colpirlo mentre è a terra, per di più con un martello, non è rivoluzione: è vigliaccheria. Anche se chi lo fa, in cuor suo, si immagina un novello Che, pronto a immolarsi per la libertà. La libertà di massacrare un ragazzo di 29 anni mentre fa il suo dovere, mentre svolge il suo lavoro.



