Elegia del macchiatone

O macchiatone,
figlio esitante di un caffè che non ha avuto il coraggio di restare tale…

Referendum, ISEE e i Pupi

Conservatori che non sanno cosa significhi esserlo, progressisti che, invece di guardare al sol dell’avvenire, sembrano incastrati in un eterno passato fatto di slogan e battaglie sessantottine in clamoroso ritardo sulla storia.

Testimoni di Geova e Referendum

Quindi lasciatemi stare. Non voglio sapere (né qui, né se ci incontriamo di persona) perché votate No: è il vostro sacrosanto diritto e io lo rispetto. E non voglio neanche sapere perché io dovrei votare No. Sono una mente pensante, capisco benissimo ciò che leggo, sono dotato di pensiero critico, seguo la politica da oltre 30 anni e ho una memoria di ferro: ricordo benissimo cosa sostenevano i beniamini del No che oggi, in nome di una sciagurata e disordinata opposizione, rinnegano.

Nostalgia di Telecom?

Per questo, al netto della nostalgia e della qualità indiscutibile di quello spot, vale la pena ricordare che telefonare era sì una necessità, ma anche un piccolo lusso che SIP faceva pagare a peso d’oro. Sarà pur vero che una telefonata allungava la vita; di certo, però, accorciava il saldo del conto corrente e il buon Lopez di fatto sceglieva se morire o essere povero.

In ricordo di Domenico

Ho sperato e pregato – non trovando parole neanche per parlarne con me stesso – fino all’ultimo per il piccolo Domenico, nonostante razionalmente sapevo fosse condannato. Ora mi coglie lo sgomento al pensiero di quei genitori, di come faranno ad affrontare un dolore simile, di come faranno a trovare un senso a quello che è accaduto.

A lezione dal Telepass

Questo secondo atteggiamento, che — ahimè — riguarda la maggioranza di questo Paese, è lo specchio del baratro sul quale ci troviamo socialmente, economicamente e culturalmente. È la stessa maggioranza che non va a votare ma pretende che le cose cambino

Pasqua in anticipo

i fatto, la fretta è diventata il nostro calendario ufficiale. Il vero planner dell’uomo moderno. Non viviamo più le stagioni: le anticipiamo. Il presente non si gusta, si scarta per arrivare subito a ciò che viene dopo. Il Natale finisce quando iniziano i saldi, l’inverno quando arrivano le colombe — e le fragole fuori stagione — e l’estate quando compaiono i quaderni per la scuola, e così via.

Olimpiadi e zampogne

Ore di coreografie criptiche in cui migliaia di persone mimano concetti sicuramente profondissimi, che però nessuno capisce (a partire dal coreografo), mentre il pubblico applaude per riflesso condizionato — Pavlov, sei tu? — e politici e VIP contano mentalmente i minuti che li separano dal tavolo prenotato da Cracco o dalla SPA del loro cinque stelle, con buona pace dei cinque cerchi. Va bene tutto ma bisogna anche coccolarsi.

Askatasuna 2026

Gli aggressori, immersi nella loro bolla ideologica, nutriti a slogan scritti in endecasillabi da qualche intellettuale pronto a giustificarli, sessantottini fuori tempo massimo, rivoluzionari con in tasca i sussidi dello stesso Stato che contestano, “compagni che sbagliano”